Road Map

Una "road map" per il "cul de sac" di Oslo
Adam Hanieh e Catherine Cook (*)

La Road Map per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, l’oggetto della recente azione diplomatica del Segretario di Stato Colin Powell in Medio Oriente, forse non arriverà mai al termine della sua prima fase. Ad oggi, il primo ministro israeliano Ariel Sharon deve ancora accettare l’iniziativa sviluppata dal ‘quartetto’ composto da USA, ONU, UE e Russia. Gli incontri dell’11 maggio di Powell con Sharon e col primo ministro palestinese Mahmoud Abbas non sono riusciti a produrre sviluppi significativi: il loro esito è stato sottolineato sia dalla pubblica smentita di Sharon circa il congelamento della costruzione degli insediamenti che dai consiglieri vicini ad Abbas che hanno riferito che i Palestinesi non intraprenderanno nessuna azione nei confronti dei gruppi armati, fin quando Sharon non accetterà formalmente la Road Map. Nelle capitali arabe, Powell ha raggiunto degli accordi al fine di appoggiare la dirigenza palestinese nel colpire i gruppi armati, ma l’ostacolo principale è stato la non accettazione da parte israeliana del documento del ‘quartetto’.

Mentre la maggior parte dell’informazione è permeata dalla sensazione che la Road Map sia l’unica opzione possibile e, pertanto, sia la migliore chance per raggiungere una vaga pace fra israeliani e palestinesi, le cronache – della scorsa settimana – si sono concentrate sugli andirivieni dei dirigenti USA e sulla posizione di Israele riguardante il congelamento degli insediamenti, previsto nella prima fase del documento. Ma la limitata messa a fuoco della prima fase della Road Map non evidenzia i difetti strutturali dell’intera iniziativa, che salterebbero fuori inevitabilmente qualora si riuscisse a scampare ai tentativi di neutralizzarla fin dall’inizio.

La Road Map non presenta nessuna novità, ma riconfeziona semplicemente molti difetti che hanno condotto al fallimento del "processo di pace" di Oslo negli anni ’90. Agli Accordi di Oslo del 1993 sono state fatte molte critiche sul fatto che non si trattava di un piano di pace, ma di un piano per istituzionalizzare l’occupazione israeliana. Trasferendo limitati poteri all’Autorità Palestinese, da poco costituita, l’esercito israeliano poteva ridispiegarsi fuori dai centri abitati palestinesi, diminuendo il livello di rischio per i suoi soldati, mantenendo l’occupazione attraverso i check-point e le chiusure periodiche. L’adempimento degli Accordi di Oslo, programmato fase per fase, rinviava alla fine la discussione sulle questioni centrali – confini, insediamenti, Gerusalemme, rifugiati -, permettendo ad Israele di pregiudicare l’esito dei negoziati sullo "status finale" con "situazioni di fatto" create ex novo.

Vari elementi degli Accordi di Oslo vengono ripetuti nella Road Map, che ripropone un approccio programmato per fasi, rinviando nuovamente la discussione sui punti cruciali, non contiene nessun meccanismo dettagliato di applicazione ed è vaga su come saranno risolti i contenziosi.

Avendo visto i rischi di questo approccio nei sette anni del processo di Oslo, i palestinesi rimangono in larga parte scettici sulla Road Map. Abbas, che ha accettato il documento, gode – secondo un recente sondaggio – del sostegno solo del 3% dei palestinesi. Molti palestinesi vedono la Road Map – allo stesso modo di Oslo – come la condizione per il compimento dei disegni politici di Israele sulla West Bank e sulla Striscia di Gaza: un processo iniziato subito dopo il 1967 e che continua ancora oggi.

LE FONDAMENTA DEL CONTROLLO ISRAELIANO

Dopo l’occupazione della West Bank, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza nel 1967, ad Israele si è posto un dilemma: come poteva assicurarsi il controllo del territorio e delle risorse di quelle aree, evitando la responsabilità diretta dei milioni di Palestinesi che vi vivevano? La risposta è sempre stata uniforme per tutto l’arco delle forze politiche israeliane: i Palestinesi avrebbero avuto una qualche voce per i loro affari, mentre il controllo finale della terra, delle risorse e dell’economia rimaneva nelle mani di Israele.

Il Piano Allon, proposto dal gen. Yigal Allon, vice primo ministro dopo la guerra del 1967, fu il primo di una serie di piani finalizzati alla realizzazione di questa prospettiva. Il Piano Allon prevedeva l’annessione di circa un terzo della West Bank, lungo il fiume Giordano e il Mar Morto. Gli insediamenti israeliani si sarebbero dovuti costruire lungo un asse nord-sud nella valle del Giordano sulla parte orientale della West Bank. Una seconda linea di insediamenti si sarebbe dovuta formare sulle colline sovrastanti la valle con una strada per unire i due blocchi di insediamenti.

Fu allora che si programmò un anello di insediamenti attorno alla città di Gerusalemme. In questa maniera 110.000 Palestinesi, che vivevano nella parte orientale della città, sarebbero stati circondati e sarebbe stato loro impedito di espandersi nell’hinterland della West Bank.

La versione finale del piano, nel luglio 1967, raccomandava l’istituzione di una qualche forma di "entità" araba o palestinese in circa il 50% della West Bank, mentre Israele si annetteva la parte orientale di Gerusalemme, la valle del Giordano, le colline di Hebron e la parte meridionale della Striscia di Gaza.

Quando, nel 1977, il partito Likud giunse al potere, il Piano Allon fu integrato con tre precisazioni concernenti il concetto base di controllo del territorio, senza l’assunzione di nessuna responsabilità concreta nei confronti della popolazione palestinese.

Il Piano Sharon, elaborato nel 1977 col documento strategico intitolato "Una Visione di Israele alla fine del secolo", prevedeva una nuova cintura di insediamenti israeliani sulla riva occidentale della West Bank, da Jenin a nord fino a Betlemme a sud, che di fatto cancellava il confine ufficioso della Linea Verde, che separava fino al 1967 Israele dalla West Bank.

Concepito dall’attuale primo ministro Ariel Sharon, allora ministro dell’agricoltura e degli insediamenti, il piano prevedeva questa ulteriore confisca del territori della West Bank, quasi a formare una barriera fra Israele e la popolazione palestinese. Il Piano di Sharon prevedeva la costruzione di autostrade più grandi che attraversassero la West Bank da est ad ovest, collegando i nuovi insediamenti con quelli della valle del Giordano.

La logica del Piano Sharon fu ulteriormente estesa con uno schema proposto dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM) nel 1978. Questo piano quinquennale prevedeva la costruzione di insediamenti tutt’intorno e in mezzo alle maggiori aree palestinesi della West Bank. Il risultato finale di questo programma, seguito con molta attenzione dai governi del Likud e laburisti negli ultimi due decenni, è la divisione della West Bank in tre aree separate: – le città settentrionali di Jenin, Tulkarem, Qalqilya e Nablus – l’area centrale di Ramallah con le zone esterne di Gerusalemme – e la regione meridionale attorno a Betlemme ed a Hebron. Inoltre, la strategia della OSM prevedeva la costruzione di insediamenti israeliani fra le città palestinesi all’interno di ciascuna area. Secondo il piano, con questi insediamenti aggiuntivi, "la popolazione di minoranza (i palestinesi) non avrebbero così nessuna continuità politica e territoriale".

Un terzo piano, adottato nel 1977 dalla Knesset, si riferiva maggiormente alla natura della "entità", che sarebbe stata istituita nelle aree palestinesi. Il piano Begin, così chiamato dal nome dell’allora primo ministro Menachem Begin, prevedeva una "autonomia" per la popolazione palestinese dei Territori Occupati, con un consiglio amministrativo eletto dai palestinesi con sede a Ramallah o a Betlemme. Questo consiglio amministrativo avrebbe dovuto gestire gli affari interni palestinesi, mentre Israele avrebbe mantenuto il controllo della politica estera, dei confini e dell’economia.

Il progetto politico di Begin si tradusse in realtà politica con l’istituzione delle Leghe dei Villaggi, partendo da Hebron nel 1978 ed estendendosi alle altre città della West Bank nei primi anni ’80. Queste Leghe, con il sostegno del governo israeliano, dovevano dar vita ad una leadership palestinese locale "moderata", che avrebbe fatto da intermediaria nelle relazioni fra Israele e i palestinesi della West Bank. Attraverso una serie di ordinanze militari emesse nei primi anni ’80, le Leghe erano autorizzate da Israele ad arrestare e incarcerare gli attivisti politici ed a istituire milizie armate, oltre che ad eseguire funzioni più innocue, quali rilasciare patenti di guida o altri permessi. Nei fatti il Piano Begin era il completamento degli Accordi di Camp David fra Israele ed Egitto, che prevedevano una "autorità autonoma" nella West Bank e nella Striscia di Gaza.

Fino ai primi anni ’90, questi piani furono immediatamente respinti dal movimento nazionale palestinese, che li riteneva una ricetta per la costituzione di bantustans, stile apartheid, in cui la foglia di fico dell’autonomia avrebbe nascosto la realtà dell’occupazione.

L’Intifada del 1987-1993 accompagnò un’estesa rivolta popolare contro la presenza militare di Israele nelle città e nei villaggi palestinesi. Molti sindaci e rappresentanti delle Leghe dei Villaggi furono bersaglio di attentati da parte di attivisti palestinesi e fu intrapresa anche una campagna per il boicottaggio della "amministrazione civile" israeliana.

INIZIA OSLO

Tutto questo è cambiato con gli Accordi di Oslo del 1993. Ancora una volta gli Accordi hanno costruito uno spettro di "autorità autonoma" palestinese, sebbene questa volta sotto la leadership del movimento nazionale palestinese, che è ritornato dall’esilio e ha proclamato che uno Stato Palestinese sarebbe stato presto costituito nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Nonostante la speranza dei palestinesi e la generale fiducia della comunità internazionale, che il processo di Oslo portasse a compimento questa prospettiva, Israele non si muoveva affatto in tale direzione.

Due anni dopo la firma degli Accordi di Oslo del 1993, l’allora primo ministro Yitzhak Rabin descrisse la sua prospettiva al programma "Evans and Novak" della CNN in questi termini: "I miei obiettivi sono: – la coesistenza pacifica dentro Israele, in quanto stato ebraico, non su tutta la terra di Israele, ma sulla sua maggior parte – la sua capitale Gerusalemme riunificata – la ricostituzione del confine di sicurezza con la Giordania – la creazione di un’entità palestinese, non uno stato, che governi i palestinesi. E questa entità palestinese non sarebbe governata da Israele, ma dai palestinesi. Questo è il mio obiettivo: non il ritorno alle linee di confine precedenti alla guerra dei 6 giorni, ma la creazione di due entità, con una separazione fra Israele e i palestinesi che risiedono nella West Bank e nella Striscia di Gaza. E saranno distinti…".

Anche se gli insediamenti erano stati definiti una questione "definitivamente chiusa" in conformità agli Accordi di Oslo, il governo laburista lanciò una massiccia espansione degli insediamenti, che era già stata programmata dal governo Sharon nel 1991. Attraverso una politica di attrazione fatta di grossi incentivi economici, fra il 1994 ed il 2000, il governo israeliano è riuscito a raddoppiare il numero dei coloni nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Gli insediamenti, disposti in modo strategica nella West Bank, miravano ad impedire il movimento fra i vari centri palestinesi e la loro crescita naturale.

Gli insediamenti israeliani sono stati collegati fra loro dalle cosiddette strade bypass, un’innovazione rispetto all’era di Oslo. Frutto dell’immaginazione di Rabin, queste autostrade ad accesso limitato collegano i diversi blocchi degli insediamenti fra di loro e con le città israeliane ampliando la rete stradale originariamente proposta dai piani di Allon e di Sharon.

Il secondo accordo di Oslo del 1995 ha messo fuori legge le costruzioni palestinesi entro 50 metri ai lati delle strade bypass, esponendo alla distruzione centinaia di case palestinesi.

Nel 1997, dopo il ritorno al potere del Likud, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha realizzato il suo progetto, denominato in maniera appropriata piano "Allon-Plus". In quel tempo Sharon commentò: "I dettagli possono variare ma, in linea di principio, l’essenza [della mappa di Netanyahu] è proprio la stessa" del piano Sharon del 1967.

Dall’inizio del 2000 sono state costruite, su terreni confiscati, quasi 250 miglia di strade bypass. Queste autostrade hanno aggravato l’isolamento delle città della West Bank, circondate da blocchi di insediamenti israeliani. La mancanza di un effettivo meccanismo di monitoraggio e di applicazione degli Accordi di Oslo, insieme all’assenza di un’efficace pressione su Israele per porre termine alla costruzione di insediamenti, non hanno lasciato ai palestinesi nessuna possibilità di lottare contro i cambiamenti fisici allo status quo apportati da Israele.

Nello stesso tempo, Israele ha introdotto quello che è stato definito "controllo a distanza" sui palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza. Sebbene le aree sotto il controllo dell’Autorità Palestinese sembrassero avere un certo grado di indipendenza, ogni palestinese era obbligato a percorrere un sistema di checkpoints israeliani, di barriere e permessi per uscire e per muoversi fra queste aree. La seconda Intifada del settembre del 2000, generata dalla rabbia e dalla frustrazione dei Palestinesi nei confronti di questa situazione, rappresentava il rifiuto del processo di Oslo e del progressivo completamento da parte di Israele dei piani inaugurati dal Piano Allon del 1967.

LA STRADA VERSO I CANTONI

Israele ha risposto all’Intifada con una strategia di punizione collettiva che mirava a ribadire la logica di Oslo: una debole direzione palestinese acquiescente alle richieste israeliane ed una popolazione trattata con brutalità sarebbero costrette ad accettare uno "stato sovrano" composto da una serie di "bantustan".

Sharon e Abbas si sono incontrati nel maggio 2003, sullo sfondo straordinariamente familiare di bastoni e carote israeliane per i palestinesi. Mentre infatti continuava ad assassinare attivisti palestinesi e a tenere le maggiori città sotto coprifuoco, Israele prometteva varie "concessioni" ed altre misure di "buona volontà". Come durante il processo di Oslo, Israele ha rilasciato circa 200 prigionieri palestinesi, usandoli come merce di scambio ed ha promesso di concedere a circa 25.000 palestinesi il permesso di cercare lavoro in Israele. L’efficacia di questa politica deriva dal sistema di controllo e di dipendenza instaurato da Israele sulla popolazione palestinese. Attenuando o accentuando di volta in volta la pressione sulla popolazione palestinese, Israele spera di attirare la popolazione lungo la strada che conduce ai cantoni.

La Road Map, che dovrebbe giungere attraverso tre fasi ad un accordo permanente sullo status nel 2005, si trova all’interno di questo contesto. In ogni fase si ribadisce come prioritaria la responsabilità palestinese di assicurare la sicurezza di Israele, caratteristica chiave del primitivo Piano Begin.

Nella prima fase i Palestinesi ricostruiranno un apparato di sicurezza che prenderà di mira la resistenza palestinese. Questo apparato sarà supervisionato dalla CIA, con addestramenti cui provvederanno le forze di sicurezza giordane ed egiziane.

La Road Map richiede ad Israele di "restaurare lo status quo che esisteva prima del 28 settembre 2000", cioè di tornare alle posizioni che occupava all’inizio dell’Intifada.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, la Road Map non richiede lo smantellamento di tutti gli insediamenti israeliani. Più propriamente prevede un congelamento della costruzione di nuovi insediamenti e della crescita naturale di quelli già esistenti, oltre allo smantellamento degli avamposti costruiti dopo il marzo 2001 (il che non avrà alcun impatto sui più grandi blocchi di insediamenti).

Le dichiarazioni pubbliche di Sharon durante e dopo la visita di Powell gettano il dubbio sulla volontà di Israele di aderire al congelamento degli insediamenti. Citando fonti dell’ufficio del primo ministro, Ha’aretz ha riferito che Sharon avrebbe detto a Powell: "Che cosa volete, che una donna gravida abortisca solo perché è una colona?". In un’intervista di questa settimana sul Jerusalem Post, Sharon ha rafforzato il suo impegno a mantenere gli insediamenti nella West Bank, affermando che i coloni ebrei continueranno a vivervi sotto la sovranità israeliana.

La trappola più grossa della Road Map è la sua indeterminatezza. Questa è particolarmente problematica nella fase 1, perché rimangono differenze d’opinione, fra gli stessi membri del ‘quartetto’, riguardo ai termini temporali del congelamento degli insediamenti e a proposito della questione se gli obblighi sottolineati nel documento debbano essere portati avanti contemporaneamente o l’uno dopo l’altro.

La fase successiva, programmata per la seconda metà del 2003, è definita con una frase veramente tortuosa come: "incentrata sull’opzione di creare uno stato palestinese indipendente con confini ed attributi di sovranità provvisori". La Road Map non contiene nessuna spiegazione di che cosa s’intenda per "attributi di sovranità". Si rimanda invece all’opinione consolidata di Sharon, ripresa in un discorso del dicembre 2003 a Herzliya, secondo cui Israele dovrebbe controllare la sicurezza esterna, i confini, lo spazio aereo, le risorse idriche del sottosuolo di un qualsiasi "stato" palestinese ed avere il veto sui trattati palestinesi con altri paesi.

La fase 3 inizia nel 2004 e termina "nel 2005 con un accordo permanente di status", che comprenderà l’accordo finale sui problemi chiave dei confini, di Gerusalemme, dei rifugiati e degli insediamenti.

Come per Oslo, l’assenza di un effettivo meccanismo di monitoraggio, accompagnato da pressioni internazionali, per garantire che Israele cessi immediatamente ogni attività di creazione o espansione degli insediamenti, potrebbe offrire ad Israele l’opportunità di creare "situazioni di fatto". In realtà, come gli ultimi dieci anni hanno dimostrato in maniera fin troppo chiara, queste "situazioni" sono già state ampiamente create e la loro esistenza getta un serio dubbio sul fatto che la soluzione dei due stati rimanga un’opzione percorribile.

Occorre anche esercitare pressione per porre fine e mandare all’aria l’ultimo pezzo del puzzle israeliano: un MURO concreto di "separazione" da costruirsi su territorio palestinese confiscato, che circonderà completamente i cantoni palestinesi nella West Bank. È significativo che la Road Map non menzioni affatto il MURO e nemmeno il fatto ch’esso sia stato pianificato per annettere più di 300.000 coloni israeliani, secondo le proiezioni delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani.

Un gruppo di Ong palestinesi ed israeliane hanno preparato una mappa eccezionale, che mostra il percorso definitivo del MURO, basata sugli ordini di confisca di terra dati ai Palestinesi e su mappe ufficiali del governo israeliano. Questa mappa, pubblicata sul sito web del gruppo israeliano contro l’occupazione, Gish Shalom, illustra la completa corrispondenza – quasi al miglio quadrato – fra la visione finale israeliana della West Bank e le primissime mappe disegnate da Allon e da Sharon.

"È OCCUPAZIONE O NO?"

Se Israele riuscirà o no a realizzare la sua visione della West Bank e della Striscia di Gaza, disegnata 35 anni fa, è ancora una questione aperta. Mentre Abbas è stato largamente elogiato sulla stampa israeliana e internazionale per il suo atteggiamento "moderato" e chiamato a mettere fine alla lotta armata, l’opposizione alla Road Map è quasi generalizzata in tutto l’arco politico palestinese. Anche ampi settori del partito al governo, Al-Fatah, hanno espresso la loro opposizione al piano, e il giorno dell’incontro di Powell con Abbas, a Ramallah c’è stato uno sciopero generale, che ha provocato lo spostamento della sede dell’incontro da Ramallah all’isolata città di Jerico nella Valle del Giordano.

L’intensa pressione internazionale esercitata sul presidente palestinese Yasser Arafat, perché nominasse Abbas, un uomo senza nessun potenziale sostegno popolare, ed approvasse il suo gabinetto, è stata considerata da molti palestinesi la prova della volontà della comunità internazionale di assicurarsi una leadership palestinese compiacente che non si batterà contro i provvedimenti discutibili previsti dalla Road Map. Elementi di Al-Fatah oppositori di Abbas, lo hanno pubblicamente paragonato all’afgano Hamid Karzai: un modo per indicare la sua presumibile volontà di governare per conto di una potenza straniera.

Se la Road Map procede secondo le intenzioni israeliane e USA, si prevede che le rinnovate forze di sicurezza palestinesi daranno presto inizio a una campagna di arresti nei confronti degli attivisti che intendono continuare con le operazioni armate. Nella città di Nablus nella parte settentrionale della West Bank, è stato ordinato dalla leadership palestinese agli attivisti di Al-Fatah di consegnare le armi. Se alcuni hanno obbedito, una parte consistente di Al-Fatah si è rifiutata e ha condotto nuovi attacchi armati contro i soldati e i coloni israeliani. Le altre fazioni principali, Hamas, la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) hanno tutte condannato la Road Map ed hanno solennemente dichiarato di voler continuare la resistenza all’occupazione.

Altri leader politici palestinesi hanno espresso la loro opposizione alla Road Map. Mustafà Barghouti, un ex leader del Partito del Popolo Palestinese (prima Partito Comunista Palestinese), in un’intervista del 6 maggio alla TV di Ramallah, ha definito la Road Map "una ricetta per la divisione in cantoni, per garantire la sicurezza di Israele". Barghouti oggi dirige una nuova forza politica denominata Al-Mubadara (L’Iniziativa), che fa appello a un nuovo movimento palestinese, che unisca insieme gruppi nazionalisti e gruppi islamici in un fronte unico contro l’occupazione.

Riza Tarazi, Presidente dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, si è anch’essa opposta in un’intervista del 6 maggio alla Road Map, dichiarando che "l’occupazione non è una cosa su cui si può negoziare". I commenti della Tarazi mettono in rilevo una delle debolezze fondamentali del processo di Oslo e della Road Map. Accettando di fatto che gli insediamenti e le altre terre palestinesi sequestrate siano oggetto di negoziato, la Road Map mette in secondo piano l’illegalità dell’occupazione.

Il maggior ostacolo ai vari piani israeliani sulla West Bank e sulla Striscia di Gaza è sempre stata la resistenza della popolazione palestinese. Di conseguenza è opinione comune fra i palestinesi che Israele può riuscire a breve a reprimere la resistenza palestinese, ma solo per piantare il seme per una terza Intifada nel 2005.

[documento originale: A Road Map To The Oslo Cul-de-sac – traduzione di Giancarlo Giovine]

(*) Adam Hanieh, ricercatore ed operatore per i diritti umani, abita a Ramallah. Catherine Cook è la coordinatrice stampa del Middle East Research Information Project

[Vedi la mappa del muro di "separazione" sulla riva occidentale del Giordano a cura delle ONG palestinesi ed israeliane su : http://gush-shalom.org/thewall/index.html
Per i retroscena sul "controllo a distanza" dell’era di Oslo, vedi di Jeff Halper, "La soluzione 94%: una forma di controllo", in Middle East Report 216 (Autunno 2000), accessibile on line presso http://www.merip.org/mer/mer216/216_halper.html%5D

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