Archivio per la categoria filastin stay strong

al aqsa

giuro che non ti abbiamo dimenticato
è solo un brutto periodo in cui ci siamo allontanati
la parola più giusta può essere addormentati?
 
ma basta poco e manca poco e ci si risveglierà…
ci sarà tanto da lavorare ma ogni uno di noi le maniche si rimboccherà
adesso il cuore s’è svegliato alla testa e alle mani poi toccherà
 
un giorno quei fiumi di sangue non sporcheranno più la tua terra
i bambini non avranno più paura di morire rinchiusi in quella maledetta serra
e la pace ritroveranno una volta finita questa benedetta guerra
 
è tutto questo perchè siamo stati lontani e adesso i nostri petti sono pieni
ma noi sacrifichiamo tutto anche i nostri beni
mentre qualcuno pur di eliminarci cerca di monificare i nostri geni
 
guerra, violenza, morte e paura
questo è ciò che cercano di incutere ma senza fortuna
voi sterimanare un popolo che nel deserto d’agosto non beve e non mangia ma digiuna?
 
giuro che ritorneremo
giuro che ci vedremo
il mio cuore pulsa forte e non vede l’ora…ma è sempre sereno!
 

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amore astratto

mi manchi…
anche se non ti ho mai vista…
 
Gersulamme al Quds…

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aggiornamento risoluzioni Onu 2007 di condanna ad Israele

Settantatre (73) risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele
Nessun ispettore, Nessuna guerra per farle rispettare.

Principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che esprimono condanna all’operato di Israele. Le risoluzioni sono citate per numero e data; se ne indicano inoltre degli estratti che ne illustrano il contenuto.

1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)
Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.

2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)
Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU);esprime la più forte censura per questa azione, che può pregiudicare le possibilità di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.

3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)
Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità israeliane e’ stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto
dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 

4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha già condannato le
azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha
chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni;
condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una
flagrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione
54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni
Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da
parte del governo israeliano.

5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)
Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la "zona di nessuno" a Gerusalemme.

6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.

7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)
Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.

8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)
Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.

9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)
Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.

10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)
Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.

11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)
Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.

12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)
Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.

13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)
Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.

14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.

15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.

16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)
Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.

17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.

18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)
Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.

19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.

20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)
Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.

21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)
Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.

22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.

23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)
Il Cs chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.

24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)
Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.

25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)
Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.

26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)
Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.

27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)
Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.

28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)
Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.

29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)
Il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.

30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)
Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)
Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)
Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.

33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)
Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di
peacekeeping dell’ONU.

34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)
Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.

35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.

36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.

37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)
Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri
di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.

38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)
Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.

39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)
Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.

40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)
Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.

41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)
Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.

42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)
Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.

43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)
Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua "Legge Fondamentale".

44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)
Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.

45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)
Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.

46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)
Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.

47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)
Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.

48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)
Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.

50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.

51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)
Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e
chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)
Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.

53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)
Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.

54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)
Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante
l’attacco al quartier generale dell’OLP.

55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)
Il CS ricorda le precedenti richieste affinché Israele ritirasse le sue
forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.

56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)
Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Università’
di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.

57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)
Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il
diritti umani dei Palestinesi.

58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)
Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.

59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)
Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.

60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)
Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)
Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.

62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)
Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram
al-Sharif/Tempio della Montagna.

63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’Onu.

64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)
Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.

65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)
Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge
ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.

66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.

67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di
Israele e chiede il loro immediato ritorno.

68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)
Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli
palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il
Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori
palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessità
di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese;
prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunità
internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilità
della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel
giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilità
israeliane.
Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno
causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre
centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure
che prevengano atti illegali di violenza da parte di
coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.

69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)
Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi, compresa
Ramallah.

70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)
Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.

72) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)
Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin,alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).

73) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)
Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella
città di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle
infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido
ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi e il
loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.

Fonti:
1. Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the
US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993)
2.
http://www.un.org/documents/scres.html

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40 anni di Occupazione israeliana

Forty Years Of Israeli Occupation

by Stephen Lendman

This June will mark an anniversary that will live in infamy for the people affected by the event it commemorates following a far greater one 19 years earlier on May 14, 1948.

On June 5, 1967, Israel launched its so-called "Six-Day (preemptive) War" against three of its neighboring Arab states – Egypt, Jordan and Syria – claiming it was in self-defense to avoid annihilation Israeli leaders later admitted was spurious and false cover for a large-scale long-planned, calculated war of aggression it believed it could easily win and did.

The New York Times quoted Prime Minister Menachem Begin’s (1977 – 83) August, 1982 speech saying: "In June, 1967, we had a choice. The Egyptian Army concentrations in the Sinai approaches do not prove that (President Gamal Abdel) Nasser (1956 – 70) was really about to attack us. We must be honest with ourselves. We decided to attack him."

Two time Prime Minister Yitzhak Rabin (1974 – 77 and 1992 – 95) told French newspaper Le Monde in February, 1968:

"I do not believe Nasser wanted war. The two divisions which he sent into Sinai on May 14 would not have been enough to unleash an offense against Israel. He knew it and we knew it."

General Mordechai Hod, Commander of the Israeli Air Force during the Six-Day War said in 1978: "Sixteen years of planning had gone into those initial eighty minutes. We lived with the plan, we slept on the plan, we ate the plan. Constantly we perfected it."

General Haim Barlev, Israeli Defense Forces (IDF) Chief told Ma’ariv in April, 1972: "We were not threatened with genocide on the eve of the six-day war, and we had never thought of such a possibility."

Other Israeli leaders and generals voiced the same sentiment that in June, 1967 Israel was under no threat, yet preemptively undertook a war of aggression falsely telling the world it had no other choice. It had a clear one.

It could have chosen peace, but didn’t and never did earlier or since to the present because discretionary aggressive wars of choice serve Israeli interests as they do its US imperial partner. . . .

FULL TEXT


Gideon Levy, "Israel Does Not Want Peace," Haaretz, April 9, 2007

[The declaration by Theodor Meron, the Israeli Foreign Ministry’s legal adviser at the time and today one of the world’s leading international jurists, is a serious blow to Israel’s persistent argument that the settlements do not violate international law, particularly as Israel prepares to commemorate the 40th anniversary of the war in June 1967.–"Secret memo shows Israel knew Six Day War was illegal," Independent, May 26, 2007]

["The operation was designed to torpedo the PLO’s [Palestine Liberation Organisation] standing in France and to prevent what they see as a growing rapprochement between the PLO and the Americans.–Mark Tran, "Documents claim Israel aided Entebbe hijack," Guardian Unlimited, June 1, 2007]

[A state based on religion rather than the will of all of its inhabitants was at the end of the 19th century not only a medieval notion but also a very eccentric idea, one Herzl concocted in the rarified environment of cafes where ideas were produced with scant regard for reality. . . . In the end, all that was to unite Israel was a military ethic premised on a hatred of those "others" around them – and it was to become a warrior-state, a virtual Sparta dominated by its army.–Gabriel Kolko, "Israel: Mythologizing a 20th Century Accident," antiwar.com, June 2, 2007]

Isabel Kershner, "Anniversary of 1967 War Shows Lasting Divisions," New York Times, June 6, 2007

[Le Monde Diplomatique . . . recalled vividly – and shamefully – how the world’s newspapers covered the story of Egypt’s "aggression" against Israel. In reality . . . it was Israel which attacked Egypt after Nasser closed the straits of Tiran and ordered UN troops out of Sinai and Gaza following his vituperative threats to destroy Israel. "The Egyptians attack Israel," France-Soir told its readers on 5 June 1967, a whopper so big that it later amended its headline to "It’s Middle East War!".

Quite so. Next day, the socialist Le Populaire headlined its story "Attacked on all sides, Israel resists victoriously".–Robert Fisk, "It was Israel which attacked Egypt after Nasser closed the straits of Tiran," Independent, June 9, 2007]

Note: Rabbi Arthur Waskow, an historian, and one of the founders and 15-year Resident Fellow of the Institute for Policy Studies, challenges Robert Fisk’s assertion. He writes: "So it was not an ‘attack’ on Israel to close the Tiran Straits, a crucial supply corridor for a legitimate state? That was not a violation of international law? If the Soviet Union had blockaded the Gulf Of Mexico so that New Orleans could not ship or receive goods, that would not have been an ‘attack’ on the United States?"

[The highest ranking UN official in Israel has warned that American pressure has "pummelled into submission" the UN’s role as an impartial Middle East negotiator in a damning confidential report. . . . Mr de Soto condemns Israel for setting unachievable preconditions for talks and the Palestinians for their violence.–Rory McCarthy and Ian Williams, "Secret UN report condemns US for Middle East failures: Envoy’s damning verdict revealed as violence takes Gaza closer to civil war," Guardian, June 13, 2007]

Ian Black, "UN envoy: anti-Hamas rhetoric undermines democracy," Guardian Unlimited, June 13, 2007

Allister Sparks, "Israel’s hopes of a two-state solution is a fantasy," Pretoria News, June 13, 2007

Donald Macintyre, "A triumph for Hamas… but a tragedy for the Palestinians? A war in Gaza threatening to redraw the map of the Middle East," Independent, June 15, 2007

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Road Map

Una "road map" per il "cul de sac" di Oslo
Adam Hanieh e Catherine Cook (*)

La Road Map per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, l’oggetto della recente azione diplomatica del Segretario di Stato Colin Powell in Medio Oriente, forse non arriverà mai al termine della sua prima fase. Ad oggi, il primo ministro israeliano Ariel Sharon deve ancora accettare l’iniziativa sviluppata dal ‘quartetto’ composto da USA, ONU, UE e Russia. Gli incontri dell’11 maggio di Powell con Sharon e col primo ministro palestinese Mahmoud Abbas non sono riusciti a produrre sviluppi significativi: il loro esito è stato sottolineato sia dalla pubblica smentita di Sharon circa il congelamento della costruzione degli insediamenti che dai consiglieri vicini ad Abbas che hanno riferito che i Palestinesi non intraprenderanno nessuna azione nei confronti dei gruppi armati, fin quando Sharon non accetterà formalmente la Road Map. Nelle capitali arabe, Powell ha raggiunto degli accordi al fine di appoggiare la dirigenza palestinese nel colpire i gruppi armati, ma l’ostacolo principale è stato la non accettazione da parte israeliana del documento del ‘quartetto’.

Mentre la maggior parte dell’informazione è permeata dalla sensazione che la Road Map sia l’unica opzione possibile e, pertanto, sia la migliore chance per raggiungere una vaga pace fra israeliani e palestinesi, le cronache – della scorsa settimana – si sono concentrate sugli andirivieni dei dirigenti USA e sulla posizione di Israele riguardante il congelamento degli insediamenti, previsto nella prima fase del documento. Ma la limitata messa a fuoco della prima fase della Road Map non evidenzia i difetti strutturali dell’intera iniziativa, che salterebbero fuori inevitabilmente qualora si riuscisse a scampare ai tentativi di neutralizzarla fin dall’inizio.

La Road Map non presenta nessuna novità, ma riconfeziona semplicemente molti difetti che hanno condotto al fallimento del "processo di pace" di Oslo negli anni ’90. Agli Accordi di Oslo del 1993 sono state fatte molte critiche sul fatto che non si trattava di un piano di pace, ma di un piano per istituzionalizzare l’occupazione israeliana. Trasferendo limitati poteri all’Autorità Palestinese, da poco costituita, l’esercito israeliano poteva ridispiegarsi fuori dai centri abitati palestinesi, diminuendo il livello di rischio per i suoi soldati, mantenendo l’occupazione attraverso i check-point e le chiusure periodiche. L’adempimento degli Accordi di Oslo, programmato fase per fase, rinviava alla fine la discussione sulle questioni centrali – confini, insediamenti, Gerusalemme, rifugiati -, permettendo ad Israele di pregiudicare l’esito dei negoziati sullo "status finale" con "situazioni di fatto" create ex novo.

Vari elementi degli Accordi di Oslo vengono ripetuti nella Road Map, che ripropone un approccio programmato per fasi, rinviando nuovamente la discussione sui punti cruciali, non contiene nessun meccanismo dettagliato di applicazione ed è vaga su come saranno risolti i contenziosi.

Avendo visto i rischi di questo approccio nei sette anni del processo di Oslo, i palestinesi rimangono in larga parte scettici sulla Road Map. Abbas, che ha accettato il documento, gode – secondo un recente sondaggio – del sostegno solo del 3% dei palestinesi. Molti palestinesi vedono la Road Map – allo stesso modo di Oslo – come la condizione per il compimento dei disegni politici di Israele sulla West Bank e sulla Striscia di Gaza: un processo iniziato subito dopo il 1967 e che continua ancora oggi.

LE FONDAMENTA DEL CONTROLLO ISRAELIANO

Dopo l’occupazione della West Bank, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza nel 1967, ad Israele si è posto un dilemma: come poteva assicurarsi il controllo del territorio e delle risorse di quelle aree, evitando la responsabilità diretta dei milioni di Palestinesi che vi vivevano? La risposta è sempre stata uniforme per tutto l’arco delle forze politiche israeliane: i Palestinesi avrebbero avuto una qualche voce per i loro affari, mentre il controllo finale della terra, delle risorse e dell’economia rimaneva nelle mani di Israele.

Il Piano Allon, proposto dal gen. Yigal Allon, vice primo ministro dopo la guerra del 1967, fu il primo di una serie di piani finalizzati alla realizzazione di questa prospettiva. Il Piano Allon prevedeva l’annessione di circa un terzo della West Bank, lungo il fiume Giordano e il Mar Morto. Gli insediamenti israeliani si sarebbero dovuti costruire lungo un asse nord-sud nella valle del Giordano sulla parte orientale della West Bank. Una seconda linea di insediamenti si sarebbe dovuta formare sulle colline sovrastanti la valle con una strada per unire i due blocchi di insediamenti.

Fu allora che si programmò un anello di insediamenti attorno alla città di Gerusalemme. In questa maniera 110.000 Palestinesi, che vivevano nella parte orientale della città, sarebbero stati circondati e sarebbe stato loro impedito di espandersi nell’hinterland della West Bank.

La versione finale del piano, nel luglio 1967, raccomandava l’istituzione di una qualche forma di "entità" araba o palestinese in circa il 50% della West Bank, mentre Israele si annetteva la parte orientale di Gerusalemme, la valle del Giordano, le colline di Hebron e la parte meridionale della Striscia di Gaza.

Quando, nel 1977, il partito Likud giunse al potere, il Piano Allon fu integrato con tre precisazioni concernenti il concetto base di controllo del territorio, senza l’assunzione di nessuna responsabilità concreta nei confronti della popolazione palestinese.

Il Piano Sharon, elaborato nel 1977 col documento strategico intitolato "Una Visione di Israele alla fine del secolo", prevedeva una nuova cintura di insediamenti israeliani sulla riva occidentale della West Bank, da Jenin a nord fino a Betlemme a sud, che di fatto cancellava il confine ufficioso della Linea Verde, che separava fino al 1967 Israele dalla West Bank.

Concepito dall’attuale primo ministro Ariel Sharon, allora ministro dell’agricoltura e degli insediamenti, il piano prevedeva questa ulteriore confisca del territori della West Bank, quasi a formare una barriera fra Israele e la popolazione palestinese. Il Piano di Sharon prevedeva la costruzione di autostrade più grandi che attraversassero la West Bank da est ad ovest, collegando i nuovi insediamenti con quelli della valle del Giordano.

La logica del Piano Sharon fu ulteriormente estesa con uno schema proposto dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM) nel 1978. Questo piano quinquennale prevedeva la costruzione di insediamenti tutt’intorno e in mezzo alle maggiori aree palestinesi della West Bank. Il risultato finale di questo programma, seguito con molta attenzione dai governi del Likud e laburisti negli ultimi due decenni, è la divisione della West Bank in tre aree separate: – le città settentrionali di Jenin, Tulkarem, Qalqilya e Nablus – l’area centrale di Ramallah con le zone esterne di Gerusalemme – e la regione meridionale attorno a Betlemme ed a Hebron. Inoltre, la strategia della OSM prevedeva la costruzione di insediamenti israeliani fra le città palestinesi all’interno di ciascuna area. Secondo il piano, con questi insediamenti aggiuntivi, "la popolazione di minoranza (i palestinesi) non avrebbero così nessuna continuità politica e territoriale".

Un terzo piano, adottato nel 1977 dalla Knesset, si riferiva maggiormente alla natura della "entità", che sarebbe stata istituita nelle aree palestinesi. Il piano Begin, così chiamato dal nome dell’allora primo ministro Menachem Begin, prevedeva una "autonomia" per la popolazione palestinese dei Territori Occupati, con un consiglio amministrativo eletto dai palestinesi con sede a Ramallah o a Betlemme. Questo consiglio amministrativo avrebbe dovuto gestire gli affari interni palestinesi, mentre Israele avrebbe mantenuto il controllo della politica estera, dei confini e dell’economia.

Il progetto politico di Begin si tradusse in realtà politica con l’istituzione delle Leghe dei Villaggi, partendo da Hebron nel 1978 ed estendendosi alle altre città della West Bank nei primi anni ’80. Queste Leghe, con il sostegno del governo israeliano, dovevano dar vita ad una leadership palestinese locale "moderata", che avrebbe fatto da intermediaria nelle relazioni fra Israele e i palestinesi della West Bank. Attraverso una serie di ordinanze militari emesse nei primi anni ’80, le Leghe erano autorizzate da Israele ad arrestare e incarcerare gli attivisti politici ed a istituire milizie armate, oltre che ad eseguire funzioni più innocue, quali rilasciare patenti di guida o altri permessi. Nei fatti il Piano Begin era il completamento degli Accordi di Camp David fra Israele ed Egitto, che prevedevano una "autorità autonoma" nella West Bank e nella Striscia di Gaza.

Fino ai primi anni ’90, questi piani furono immediatamente respinti dal movimento nazionale palestinese, che li riteneva una ricetta per la costituzione di bantustans, stile apartheid, in cui la foglia di fico dell’autonomia avrebbe nascosto la realtà dell’occupazione.

L’Intifada del 1987-1993 accompagnò un’estesa rivolta popolare contro la presenza militare di Israele nelle città e nei villaggi palestinesi. Molti sindaci e rappresentanti delle Leghe dei Villaggi furono bersaglio di attentati da parte di attivisti palestinesi e fu intrapresa anche una campagna per il boicottaggio della "amministrazione civile" israeliana.

INIZIA OSLO

Tutto questo è cambiato con gli Accordi di Oslo del 1993. Ancora una volta gli Accordi hanno costruito uno spettro di "autorità autonoma" palestinese, sebbene questa volta sotto la leadership del movimento nazionale palestinese, che è ritornato dall’esilio e ha proclamato che uno Stato Palestinese sarebbe stato presto costituito nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Nonostante la speranza dei palestinesi e la generale fiducia della comunità internazionale, che il processo di Oslo portasse a compimento questa prospettiva, Israele non si muoveva affatto in tale direzione.

Due anni dopo la firma degli Accordi di Oslo del 1993, l’allora primo ministro Yitzhak Rabin descrisse la sua prospettiva al programma "Evans and Novak" della CNN in questi termini: "I miei obiettivi sono: – la coesistenza pacifica dentro Israele, in quanto stato ebraico, non su tutta la terra di Israele, ma sulla sua maggior parte – la sua capitale Gerusalemme riunificata – la ricostituzione del confine di sicurezza con la Giordania – la creazione di un’entità palestinese, non uno stato, che governi i palestinesi. E questa entità palestinese non sarebbe governata da Israele, ma dai palestinesi. Questo è il mio obiettivo: non il ritorno alle linee di confine precedenti alla guerra dei 6 giorni, ma la creazione di due entità, con una separazione fra Israele e i palestinesi che risiedono nella West Bank e nella Striscia di Gaza. E saranno distinti…".

Anche se gli insediamenti erano stati definiti una questione "definitivamente chiusa" in conformità agli Accordi di Oslo, il governo laburista lanciò una massiccia espansione degli insediamenti, che era già stata programmata dal governo Sharon nel 1991. Attraverso una politica di attrazione fatta di grossi incentivi economici, fra il 1994 ed il 2000, il governo israeliano è riuscito a raddoppiare il numero dei coloni nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Gli insediamenti, disposti in modo strategica nella West Bank, miravano ad impedire il movimento fra i vari centri palestinesi e la loro crescita naturale.

Gli insediamenti israeliani sono stati collegati fra loro dalle cosiddette strade bypass, un’innovazione rispetto all’era di Oslo. Frutto dell’immaginazione di Rabin, queste autostrade ad accesso limitato collegano i diversi blocchi degli insediamenti fra di loro e con le città israeliane ampliando la rete stradale originariamente proposta dai piani di Allon e di Sharon.

Il secondo accordo di Oslo del 1995 ha messo fuori legge le costruzioni palestinesi entro 50 metri ai lati delle strade bypass, esponendo alla distruzione centinaia di case palestinesi.

Nel 1997, dopo il ritorno al potere del Likud, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha realizzato il suo progetto, denominato in maniera appropriata piano "Allon-Plus". In quel tempo Sharon commentò: "I dettagli possono variare ma, in linea di principio, l’essenza [della mappa di Netanyahu] è proprio la stessa" del piano Sharon del 1967.

Dall’inizio del 2000 sono state costruite, su terreni confiscati, quasi 250 miglia di strade bypass. Queste autostrade hanno aggravato l’isolamento delle città della West Bank, circondate da blocchi di insediamenti israeliani. La mancanza di un effettivo meccanismo di monitoraggio e di applicazione degli Accordi di Oslo, insieme all’assenza di un’efficace pressione su Israele per porre termine alla costruzione di insediamenti, non hanno lasciato ai palestinesi nessuna possibilità di lottare contro i cambiamenti fisici allo status quo apportati da Israele.

Nello stesso tempo, Israele ha introdotto quello che è stato definito "controllo a distanza" sui palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza. Sebbene le aree sotto il controllo dell’Autorità Palestinese sembrassero avere un certo grado di indipendenza, ogni palestinese era obbligato a percorrere un sistema di checkpoints israeliani, di barriere e permessi per uscire e per muoversi fra queste aree. La seconda Intifada del settembre del 2000, generata dalla rabbia e dalla frustrazione dei Palestinesi nei confronti di questa situazione, rappresentava il rifiuto del processo di Oslo e del progressivo completamento da parte di Israele dei piani inaugurati dal Piano Allon del 1967.

LA STRADA VERSO I CANTONI

Israele ha risposto all’Intifada con una strategia di punizione collettiva che mirava a ribadire la logica di Oslo: una debole direzione palestinese acquiescente alle richieste israeliane ed una popolazione trattata con brutalità sarebbero costrette ad accettare uno "stato sovrano" composto da una serie di "bantustan".

Sharon e Abbas si sono incontrati nel maggio 2003, sullo sfondo straordinariamente familiare di bastoni e carote israeliane per i palestinesi. Mentre infatti continuava ad assassinare attivisti palestinesi e a tenere le maggiori città sotto coprifuoco, Israele prometteva varie "concessioni" ed altre misure di "buona volontà". Come durante il processo di Oslo, Israele ha rilasciato circa 200 prigionieri palestinesi, usandoli come merce di scambio ed ha promesso di concedere a circa 25.000 palestinesi il permesso di cercare lavoro in Israele. L’efficacia di questa politica deriva dal sistema di controllo e di dipendenza instaurato da Israele sulla popolazione palestinese. Attenuando o accentuando di volta in volta la pressione sulla popolazione palestinese, Israele spera di attirare la popolazione lungo la strada che conduce ai cantoni.

La Road Map, che dovrebbe giungere attraverso tre fasi ad un accordo permanente sullo status nel 2005, si trova all’interno di questo contesto. In ogni fase si ribadisce come prioritaria la responsabilità palestinese di assicurare la sicurezza di Israele, caratteristica chiave del primitivo Piano Begin.

Nella prima fase i Palestinesi ricostruiranno un apparato di sicurezza che prenderà di mira la resistenza palestinese. Questo apparato sarà supervisionato dalla CIA, con addestramenti cui provvederanno le forze di sicurezza giordane ed egiziane.

La Road Map richiede ad Israele di "restaurare lo status quo che esisteva prima del 28 settembre 2000", cioè di tornare alle posizioni che occupava all’inizio dell’Intifada.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, la Road Map non richiede lo smantellamento di tutti gli insediamenti israeliani. Più propriamente prevede un congelamento della costruzione di nuovi insediamenti e della crescita naturale di quelli già esistenti, oltre allo smantellamento degli avamposti costruiti dopo il marzo 2001 (il che non avrà alcun impatto sui più grandi blocchi di insediamenti).

Le dichiarazioni pubbliche di Sharon durante e dopo la visita di Powell gettano il dubbio sulla volontà di Israele di aderire al congelamento degli insediamenti. Citando fonti dell’ufficio del primo ministro, Ha’aretz ha riferito che Sharon avrebbe detto a Powell: "Che cosa volete, che una donna gravida abortisca solo perché è una colona?". In un’intervista di questa settimana sul Jerusalem Post, Sharon ha rafforzato il suo impegno a mantenere gli insediamenti nella West Bank, affermando che i coloni ebrei continueranno a vivervi sotto la sovranità israeliana.

La trappola più grossa della Road Map è la sua indeterminatezza. Questa è particolarmente problematica nella fase 1, perché rimangono differenze d’opinione, fra gli stessi membri del ‘quartetto’, riguardo ai termini temporali del congelamento degli insediamenti e a proposito della questione se gli obblighi sottolineati nel documento debbano essere portati avanti contemporaneamente o l’uno dopo l’altro.

La fase successiva, programmata per la seconda metà del 2003, è definita con una frase veramente tortuosa come: "incentrata sull’opzione di creare uno stato palestinese indipendente con confini ed attributi di sovranità provvisori". La Road Map non contiene nessuna spiegazione di che cosa s’intenda per "attributi di sovranità". Si rimanda invece all’opinione consolidata di Sharon, ripresa in un discorso del dicembre 2003 a Herzliya, secondo cui Israele dovrebbe controllare la sicurezza esterna, i confini, lo spazio aereo, le risorse idriche del sottosuolo di un qualsiasi "stato" palestinese ed avere il veto sui trattati palestinesi con altri paesi.

La fase 3 inizia nel 2004 e termina "nel 2005 con un accordo permanente di status", che comprenderà l’accordo finale sui problemi chiave dei confini, di Gerusalemme, dei rifugiati e degli insediamenti.

Come per Oslo, l’assenza di un effettivo meccanismo di monitoraggio, accompagnato da pressioni internazionali, per garantire che Israele cessi immediatamente ogni attività di creazione o espansione degli insediamenti, potrebbe offrire ad Israele l’opportunità di creare "situazioni di fatto". In realtà, come gli ultimi dieci anni hanno dimostrato in maniera fin troppo chiara, queste "situazioni" sono già state ampiamente create e la loro esistenza getta un serio dubbio sul fatto che la soluzione dei due stati rimanga un’opzione percorribile.

Occorre anche esercitare pressione per porre fine e mandare all’aria l’ultimo pezzo del puzzle israeliano: un MURO concreto di "separazione" da costruirsi su territorio palestinese confiscato, che circonderà completamente i cantoni palestinesi nella West Bank. È significativo che la Road Map non menzioni affatto il MURO e nemmeno il fatto ch’esso sia stato pianificato per annettere più di 300.000 coloni israeliani, secondo le proiezioni delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani.

Un gruppo di Ong palestinesi ed israeliane hanno preparato una mappa eccezionale, che mostra il percorso definitivo del MURO, basata sugli ordini di confisca di terra dati ai Palestinesi e su mappe ufficiali del governo israeliano. Questa mappa, pubblicata sul sito web del gruppo israeliano contro l’occupazione, Gish Shalom, illustra la completa corrispondenza – quasi al miglio quadrato – fra la visione finale israeliana della West Bank e le primissime mappe disegnate da Allon e da Sharon.

"È OCCUPAZIONE O NO?"

Se Israele riuscirà o no a realizzare la sua visione della West Bank e della Striscia di Gaza, disegnata 35 anni fa, è ancora una questione aperta. Mentre Abbas è stato largamente elogiato sulla stampa israeliana e internazionale per il suo atteggiamento "moderato" e chiamato a mettere fine alla lotta armata, l’opposizione alla Road Map è quasi generalizzata in tutto l’arco politico palestinese. Anche ampi settori del partito al governo, Al-Fatah, hanno espresso la loro opposizione al piano, e il giorno dell’incontro di Powell con Abbas, a Ramallah c’è stato uno sciopero generale, che ha provocato lo spostamento della sede dell’incontro da Ramallah all’isolata città di Jerico nella Valle del Giordano.

L’intensa pressione internazionale esercitata sul presidente palestinese Yasser Arafat, perché nominasse Abbas, un uomo senza nessun potenziale sostegno popolare, ed approvasse il suo gabinetto, è stata considerata da molti palestinesi la prova della volontà della comunità internazionale di assicurarsi una leadership palestinese compiacente che non si batterà contro i provvedimenti discutibili previsti dalla Road Map. Elementi di Al-Fatah oppositori di Abbas, lo hanno pubblicamente paragonato all’afgano Hamid Karzai: un modo per indicare la sua presumibile volontà di governare per conto di una potenza straniera.

Se la Road Map procede secondo le intenzioni israeliane e USA, si prevede che le rinnovate forze di sicurezza palestinesi daranno presto inizio a una campagna di arresti nei confronti degli attivisti che intendono continuare con le operazioni armate. Nella città di Nablus nella parte settentrionale della West Bank, è stato ordinato dalla leadership palestinese agli attivisti di Al-Fatah di consegnare le armi. Se alcuni hanno obbedito, una parte consistente di Al-Fatah si è rifiutata e ha condotto nuovi attacchi armati contro i soldati e i coloni israeliani. Le altre fazioni principali, Hamas, la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) hanno tutte condannato la Road Map ed hanno solennemente dichiarato di voler continuare la resistenza all’occupazione.

Altri leader politici palestinesi hanno espresso la loro opposizione alla Road Map. Mustafà Barghouti, un ex leader del Partito del Popolo Palestinese (prima Partito Comunista Palestinese), in un’intervista del 6 maggio alla TV di Ramallah, ha definito la Road Map "una ricetta per la divisione in cantoni, per garantire la sicurezza di Israele". Barghouti oggi dirige una nuova forza politica denominata Al-Mubadara (L’Iniziativa), che fa appello a un nuovo movimento palestinese, che unisca insieme gruppi nazionalisti e gruppi islamici in un fronte unico contro l’occupazione.

Riza Tarazi, Presidente dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, si è anch’essa opposta in un’intervista del 6 maggio alla Road Map, dichiarando che "l’occupazione non è una cosa su cui si può negoziare". I commenti della Tarazi mettono in rilevo una delle debolezze fondamentali del processo di Oslo e della Road Map. Accettando di fatto che gli insediamenti e le altre terre palestinesi sequestrate siano oggetto di negoziato, la Road Map mette in secondo piano l’illegalità dell’occupazione.

Il maggior ostacolo ai vari piani israeliani sulla West Bank e sulla Striscia di Gaza è sempre stata la resistenza della popolazione palestinese. Di conseguenza è opinione comune fra i palestinesi che Israele può riuscire a breve a reprimere la resistenza palestinese, ma solo per piantare il seme per una terza Intifada nel 2005.

[documento originale: A Road Map To The Oslo Cul-de-sac – traduzione di Giancarlo Giovine]

(*) Adam Hanieh, ricercatore ed operatore per i diritti umani, abita a Ramallah. Catherine Cook è la coordinatrice stampa del Middle East Research Information Project

[Vedi la mappa del muro di "separazione" sulla riva occidentale del Giordano a cura delle ONG palestinesi ed israeliane su : http://gush-shalom.org/thewall/index.html
Per i retroscena sul "controllo a distanza" dell’era di Oslo, vedi di Jeff Halper, "La soluzione 94%: una forma di controllo", in Middle East Report 216 (Autunno 2000), accessibile on line presso http://www.merip.org/mer/mer216/216_halper.html%5D

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palestina: accordi di pace

ALTRI ACCORDI

DA OSLO A SHARM EL-SHEIKH

OSLO – PROCESSO DI PACE (9 – 10 settembre 1993)
Negoziati segreti che iniziarono in Norvegia tra membri dell’OLP e rappresentanti del Governo Israeliano e portarono a un reciproco riconoscimento in data 9 – 10 settembre del 1993, delineando anche le linee per futuri accordi nel tentativo di risolvere il conflitto israeliano – palestinese.

DICHIARAZIONE DI PRINCIPI (13 settembre 1993)
Accordi raggiunti tra membri dell’OLP e rappresentanti del Governo Israeliano, segretamente negoziati a Oslo e firmati a Washington DC, il 13 Settembre 1993. Prevedono le linee guida per futuri negoziati e cinque anni a interim di Autonomia Palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, seguite da un insediamento permanente basato sulle Risoluzioni 242 e 338. Posticipano problemi difficili come Gerusalemme, profughi, insediamenti israeliani nei Territori Occupati, acqua e sicurezza dei confini.

GAZA-JERICHO – ACCORDI DI AUTONOMIA (4 maggio 1994)
Ci si riferisce a questi accordi anche come Accordi del Cairo o Accordi di Oslo I. Firmati il 4 Maggio 1994 tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, definiscono la prima fase dell’Autonomia Palestinese in Gaza e Gerico, il ridispiegamento israeliano e l’istituzione del Governo Autonomo Palestinese. Gli israeliani detengono il controllo degli insediamenti, delle basi militari e della sicurezza. Il periodo ad interim scadeva il 4 Maggio 1999 e fu oggetto di dibattito l’eventualità o meno di dichiarare uno Stato Palestinese.

ACCORDI SULLA CISGIORDANIA E STRISCIA DI GAZA (28 settembre 1995)
Vengono anche detti Accordi di Taba o Oslo II. Conclusi il 26 Settembre 1995 e firmati a Washington DC il 28 settembre 1995 da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat – alla presenza del Presidente Clinton (U.S.A.), del Presidente Mubarak (Egitto) e del Re Hussein (Giordania). Definiscono la seconda fase dell’Autonomia Palestinese, estendendola ad altre zone della Cisgiordania, che viene divisa in Area A (completa giurisdizione civile palestinese e sicurezza interna), Area B (completa giurisdizione civile palestinese, sicurezza interna condivisa con gli israeliani) e Area C (completo controllo in mano agli israeliani). Inoltre vengono definiti i poteri del Consiglio Legislativo Palestinese (da eleggere). Fu stabilito che Ottobre 1997 sarebbe stata la data per il completamento del ridispiegamento israeliano dai Territori Occupati e Ottobre 1999 per il raggiungimento dello status finale.

DICHIARAZIONE DI BARCELLONA (27 – 28 novembre 1995)
Dichiarazione adottata alla Conferenza euro-mediterranea tenutasi il 27 e 28 Novembre 1995 a Barcellona, dai Ministri degli Esteri dei 15 Stati membri dell’UE e quelli dei 12 Paesi del Mediterraneo (Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia e Autorità Nazionale Palestinese). Consiste di tre capitoli: cooperazione politica, economica e sociale, culturale e umana.

ACCORDI DI HEBRON (15 gennaio 1997)
Il 15 Gennaio 1997 Israele si impegnò a ritirarsi dall’80% della città di Hebron (H1), ma si tenne il controllo su un’area occupata da 450 coloni e 35.000 palestinese del centro (20%, H2). La zona H2 include la città vecchia, la tomba Abramo e sette insediamenti (Abrham Avino, Bet Hadasah, Bet Romano, Ramat Yashai, Tel Rumaida, Nashum Horse/YehudaBarqousha, Rachel Salonique).

MEMORANDUM DI WYE RIVER (23 ottobre 1998)
Accordi per la realizzazione degli Accordi di OSLO II e la ripresa dei colloqui per lo status finale firmato il 23 Ottobre 1998. Il secondo ridispiegamento dal 13% della Cisgiordania (1% sotto sovranità Palestinese e 12% sotto sovranità congiunta con Israele), previsto da Oslo II (da completare nell’Aprile del 1997) viene diviso in tre fasi. Altri punti principali erano: cambi nella Carta dell’OLP, apertura dell’aeroporto a Gaza, apertura dei passaggi di sicurezza tra Gaza e Cisgiordania, riduzione del numero dei poliziotti palestinesi e rilascio dei prigionieri palestinesi. Gli israeliani si ritirarono dal 2% dei territori vicino a Jenin, fu aperto l’aeroporto di Gaza, ridotto il numero dei poliziotti palestinesi e alcuni prigionieri furono rilasciati ma non erano prigionieri politici. A Dicembre del 1998 la Knesset votò per le nuove elezioni (Maggio 99), per cui gli accordi furono sospesi nella loro realizzazione. Wye River non prevedeva una mappa dettagliata del ridispiegamento israeliano, ci furono solo delle assicurazioni informali che il ridispiegamento sarebbe avvenuto nella parte a nord della Cisgiordania (primo ridispiegamento), nella zona di Ramallah (secondo) e attorno a Hebron (terzo).

ACCORDI DI SHARM EL-SHEIKH (4 settembre 1999)
Detti anche WYE RIVER II, si tratta di accordi per la realizzazione di WYE RIVER I. Firmati dal nuovo primo ministro Israeliano Ehud Barak e da Yasser Arafat a Sharm El-Sheikh il 4 Settembre 1999, testimoni M. Albright, Mubarak, Abdullah II. Si concordava che Israele si sarebbe ritirato in tre fasi da altri 11% della Cisgiordania, avrebbe rilasciato 350 prigionieri politici palestinesi, aperto i passaggi di sicurezza tra la Striscia di Gaza e La Cisgiordania e iniziato i colloqui per lo status finale il 13 Settembre 1999, per giungere a una bozza in Febbraio 2000 e alla pace finale nel Settembre 2000. Israele concordava quanto segue:
– 15 Settembre 1999: trasferimento del 7% di area C ad area B
– 15 Novembre 1999: 3% da C a B, 2% da B ad A
– 20 Gennaio 2000: 1% da C ad A, e 5,1% da B ad A
Come per gli accordi di Wye River non furono consegnate mappe dettagliate per individuare precisamente le aree in questione.

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1951-2002 72 risoluzioni ONU condannano Israele

1951 – 2002

72 Risoluzioni ONU
che condannano Israele
mai applicate

 Le risoluzioni sono citate per numero e data. In estratto se ne illustra il contenuto.

1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)
Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.

2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)
Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15 ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU); esprime la più forte censura per questa azione, che può pregiudicare le possibilità di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.

3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)
Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità israeliane e’ stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha già condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle NazioniUnite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano.

5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)
Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la "zona di nessuno" a Gerusalemme.

6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.

7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)
Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.

8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)
Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.

9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)
Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.

10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)
Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.

11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)
Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.

12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)
Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.

13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)
Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.

14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.

15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.

16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)
Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.

17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.

18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)
Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.

19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.

20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)
Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.

21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)
Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.

22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.

23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)
Il Cs chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.

24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)
Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.

25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)
Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.

26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)
Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.

27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)
Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.

28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)
Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.

29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)
Il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.

30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)
Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)
Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)
Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.

33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)
Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dell’ONU.

34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)
Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.

35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.

36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.

37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)
Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.

38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)
Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.

39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)
Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.

40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)
Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.

41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)
Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.

42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)
Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.

43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)
Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua "Legge Fondamentale".

44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)
Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.

45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)
Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.

46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)
Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.

47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)
Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.

48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)
Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.

50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.

51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)
Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)
Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.

53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)
Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.

54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)
Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l’attacco al quartier generale dell’OLP.

55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)
Il CS ricorda le precedenti richieste affinché Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.

56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)
Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Università’ di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.

57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)
Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano i diritti umani dei Palestinesi.

58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)
Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.

59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)
Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.

60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)
Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)
Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.

62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)
Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.

63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’Onu.

64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)
Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.

65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)
Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.

66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.

67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.

68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)
Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessità di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese; prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunità internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilità israeliane, condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.

69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)
Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi, compresa Ramallah.

70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)
Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.

71) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)
Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin, alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).

72) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)
Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella città di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.

[fonte: Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993)]

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